ROMA – Un anno fa, come oggi, si spegneva Papa Francesco, chiudendo una delle pagine più intense e significative della storia recente della Chiesa cattolica. Un pontificato durato dodici anni, dal 2013 al 2025, capace di parlare al mondo intero con un linguaggio diretto, umano, profondamente radicato nel Vangelo.
Carismatico e concreto, Jorge Mario Bergoglio si era congedato dalla vita con un ultimo gesto simbolico: gli auguri di Buona Pasqua rivolti ai fedeli, prima di “salire” – come molti hanno raccontato – verso quelle altezze celesti che aveva indicato per tutta la sua esistenza.
Il 26 aprile 2025, giorno dei funerali, Roma si trovò sospesa tra due sentimenti opposti. Da un lato il dolore per la perdita del Pontefice, dall’altro la vitalità travolgente del Giubileo dei ragazzi e degli adolescenti, che proprio in quei giorni riempiva la città.
Centinaia di migliaia di giovani avevano invaso le strade della Capitale con canti, preghiere e momenti di festa, dando forma visibile a quella che molti hanno definito una “primavera della cristianità”. Una coincidenza carica di significato: mentre la Chiesa salutava il suo pastore, una nuova generazione testimoniava una fede viva, dinamica, pronta a raccoglierne l’eredità.
Eletto nel 2013, “quasi dalla fine del mondo”, come lui stesso disse, Francesco si inserì nel solco tracciato da Papa Benedetto XVI, affrontando un periodo segnato da crisi, scandali e profondi cambiamenti sociali.
Il suo sguardo, però, fu sempre rivolto avanti. Consapevole di vivere in un “cambiamento d’epoca”, scelse di non arroccare la Chiesa su posizioni difensive, ma di aprirla al dialogo, all’ascolto, all’incontro con le ferite dell’umanità.
Il filo conduttore del suo pontificato resta l’esortazione apostolica Evangelii gaudium, vero manifesto spirituale e pastorale.
“La gioia del Vangelo” non fu solo un titolo, ma un programma: riportare al centro la forza semplice e rivoluzionaria della “buona notizia”, capace di parlare ancora all’uomo contemporaneo.
Francesco intuì che, per molti, quel messaggio rischiava di non essere più percepito come fonte di gioia, ma come qualcosa di distante. Da qui la scelta di rimettere il Vangelo al cuore della vita della Chiesa, affrontando con coraggio le grandi sfide del nostro tempo: i giovani, la famiglia, il creato.
Tra le immagini più potenti del suo magistero resta quella della “Chiesa in uscita”: una comunità che non aspetta, ma che va incontro, che ascolta prima di parlare, che accoglie prima di giudicare.
Un modello ispirato alla parabola evangelica del pastore che lascia le novantanove pecore per cercare quella smarrita. Una Chiesa capace di misericordia, tema centrale anche nel Giubileo straordinario del 2016, e di uno stile sinodale fondato sulla comunione e sulla corresponsabilità.
Francesco amava ripetere che “non è importante occupare spazi, ma avviare processi”. E di processi ne ha avviati molti, destinati a maturare nel tempo, ben oltre la durata del suo pontificato.
Oggi, a un anno dalla sua scomparsa, l’eredità di Papa Francesco appare ancora viva. Il suo invito a una fede autentica, gioiosa e concreta continua a risuonare dentro e fuori la Chiesa.