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“Da Vicovaro a Venezia”: a proposito di una biografia di Marcantonio Sabellico firmata da Giovanni Rita

Vicovaro – Risale al 2004 Da Vicovaro a Venezia. Introduzione a Marcantonio Sabellico, pubblicazione in cui Giovanni Rita è riuscito a tracciare un profilo biografico del grande umanista vicovarese che risulta completo tanto da un punto di vista documentaristico, quanto da un punto di vista umano e interpretativo.

Diviso in sette capitoli, più una premessa (che si apre con la constatazione dell’insufficienza di studi sabelliciani: «la figura di Marcantonio Coccia, noto come Sabellico […] giace oggi per lo più sepolta nella polvere delle biblioteche») e un’appendice con preziosi ritratti del tempo (tra cui il celebre profilo del Sabellico, oggi perduto), il libro prende le mosse da L’apprendistato romano, il cui nodo principale è la formazione di Sabellico al cospetto dell’illustre intellettuale Pomponio Leto.

Punto di svolta nella storia dell’umanista è poi l’allontanamento da Vicovaro, fatto che lo avvicina a noi contemporanei come esempio di espatrio: in un’epoca come la nostra, in cui sempre più sensibile è il problema dello sradicamento (tappa quasi necessaria, oggi, per ragazzi costretti a cercare realizzazione altrove rispetto al luogo d’origine, specie se piccolo paese), connesso a doppio nodo con quello dello spopolamento, l’episodio di Sabellico è a suo modo paradigmatico: un intellettuale giovane e talentuoso che migra lontano dalla sua Vicovaro.

Sabellico è infatti prima di tutto, per gli studiosi, l’autore della prima Storia di Venezia (Historiae rerum Venetiarum): dopo Il magistero Udinese (cui è legata, tra le altre, l’opera De vetustate Aquileiae), il vicovarese trova fortuna nella città lagunare, dove – racconta Rita – oltre a lavorare sulle preziose Historiae, insegna presso la Scuola di S. Marco e ottiene la custodia della biblioteca del cardinale Bessarione. E al di là di una breve parentesi veronese, a Venezia Sabellico spende i suoi anni migliori non solo dal punto di vista della carriera ma anche sul piano letterario: qui scrive anche l’Enneades, opera a tema storia universale, che insieme alle Historiae può considerarsi l’apice della sua produzione.

La parabola di Sabellico prosegue poi verso la discesa, con un progressivo irrigidimento della sua scrittura. Quello che ci interessa dell’ultimo Sabellico, più di tutto, è forse il testamento, non solo per la vitalità e la schiettezza provocate dalle questioni pratiche e quotidiane cui fa riferimento, e che risultano più vicine al lettore moderno, ma anche per l’adozione del volgare, in un autore che – così voleva il tempo – s’impegnava nell’uso del latino per la quasi totalità dei suoi scritti. Per Sabellico vale lo stesso meccanismo che vale per Petrarca (e del resto per ogni umanista ortodosso): proprio negli spazi in cui più cedono a una letteratura terrena, confidenziale e “volgare” (il testamento e le lettere per Sabellico; le poesie del Canzoniere – che l’autore chiamava “nugae”, sciocchezze – per Petrarca) emerge la spinta esistenziale più autentica, troppo spesso impomatata e opacizzata, altrove, dalle regole aride di un latino “ben fatto”.

Il merito di Giovanni Rita, allora, sta proprio nel tracciare un profilo di Sabellico esaustivo dato non solo grazie allo scrupolo filologico e documentaristico, alla relazione costante tra la biografia nuda e l’evoluzione della sua opera, ma soprattutto al ritratto della scura complessità (Luci e ombre del crepuscolo, si chiama, l’ultimo capitolo) che caratterizza l’intellettuale; un intellettuale che può dirci oggi attraverso la vicenda della sua vita tanto quanto ci dice attraverso i libri.

Sabellico è stato un personaggio apprezzato – in vita – per l’indubbio valore della sua erudizione, e storicamente rilevante – per i contemporanei – anche a proposito di questioni non sempre ricordate, come il fatto di essere legato alla prima controversia della storia sul copyright; ma è stato anche un autore criticato per – secondo alcuni – cortigianeria, poesia smaccatamente celebrativa, oppure – nei secoli successivi – per il ciceronianismo esagerato, per l’aridità di stile tipica di un compilatore molto colto.

Al di là della lontananza o vicinanza di un umanista doc come Sabellico nei nostri confronti, però, la sua figura – di espatriato, ad esempio, di poeta – il tumulto dei suoi ultimi anni, alle prese con la sorte tanto incerta del figlio Mario, ce lo presentano più che mai in veste di nostro contemporaneo. Come scrive Virginio Coccia, al tempo Assessore alla Cultura, nella Presentazione, «Marcantonio Sabellico è parte del nostro patrimonio culturale, delle nostre insite e profonde radici», e se possiamo conoscerlo a fondo questo è merito, anche, di Giovanni Rita.