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Una nota sul libro “Arsoli e la Grande Guerra”

Arsoli – Gli archivi storici, polvere e stereotipi a parte, sono luoghi preziosi di deposito delle vite precedenti. Se non ci fossero gli archivi storici (e spesso non ci sono), ad esempio, perderemmo molto della nostra coscienza presente; dacché questo è, il nostro presente: il risultato finale, e temporaneo, di un lungo processo di costruzione dell’identità, della società e dell’antropologia di un luogo.

Questa idea è ciò che emerge tra le righe, anche, del libro Arsoli e la Grande Guerra, realizzato nel gennaio 2019 con il supporto della Presidenza del Consiglio Dei Ministri – Struttura di Missione, di quella del Consiglio Regionale del Lazio, del Comune, della Proloco e della sezione locale dell’Associazione Nazionale Carabinieri di Arsoli, e dell’Associazione Culturale Cinemarsoli.

I tre curatori, Carlo Tozzi, Giuseppe D’Antimi e Andrea Ricci, non si sono infatti limitati a una “semplice” ricognizione d’archivio (che pure è il fondamento del libro, e un lavoro minuzioso, attento e lodevole), ma propongono anche il testo come un atto di riconoscimento verso il proprio paese, e in particolare verso il passato che l’ha costituito, incarnato, in questo caso, dai fatti della Prima Guerra Mondiale. Per evidenziare questo obiettivo, ad esempio, si può citare l’inizio dell’introduzione: «L’Archivio come una inesauribile fonte storica, come una finestra aperta sul passato, ove gli avvenimenti, le azioni delle persone, i piccoli fatti quotidiani, stanno a rappresentare la nostra memoria collettiva è da considerarsi – proprio per tali motivi – “il patrimonio culturale” della nostra piccola comunità» (p. 9).

L’archivio, quindi, è inteso come spazio archeologico in cui è possibile osservare gli strati che compongono la storia di una comunità. Ma l’identità locale parla anche attraverso i simboli concreti del paesaggio urbano, di cui spesso si ignorano il significato e il peso specifico. Trovo così interessante quello che dicono gli autori a proposito del monumento ai caduti, assunto come simbolo della coesione della memoria collettiva: «In ogni città e paese d’Italia, fosse esso il più piccolo o la frazione più sperduta, si erge un monumento o trovasi una lapide a ricordo del sacrificio dei propri figli caduti in guerra. Esso rappresenta il centro focale del culto ai caduti, il luogo di esorcizzazione della morte e condivisione collettiva del dolore» (p. 16).

Solo a uno sguardo disattento, perciò, può sfuggire la ricca carica simbolica degli spazi culturali e monumentali che abbiamo intorno; ma lo sguardo disattento è anche una minaccia sempre presente nel nostro tempo, che libri come questo ci aiutano a debellare. In quest’ottica, infatti, anche un paese piccolo come Arsoli rivela la sua ricchezza storica e il suo rilievo in un contesto grande (e grandemente tragico) come la Prima Guerra Mondiale: un accadimento poco noto ma incisivo per la comunità, ad esempio, è il fatto Arsoli abbia ospitato molti soldati profughi di Caporetto.

Questo testo va così a indagare – e insieme divulgare – fatti ignoti ai più, eppure molto radicati nel tessuto storico di Arsoli (e il monumento ai caduti, tra l’altro segnato da complesse vicende di ubicazione, ce lo dimostra). Dopo una cronologia della Guerra, utile a recuperare le coordinate geo-storiche generali, la prima parte è dedicata ai Caduti, di cui è offerto il panorama completo, con l’individuazione delle sorti dei soldati arsolani: i referti medici, le lettere, la riproduzione dei documenti permette di dare un ritratto concreto e animato di quelle vite, e di uscire dal semplice – e in tutti i sensi mortificante – schedario.

Una seconda parte affronta invece le Sepolture, tracciando, di fatto, un appello dei sacrari della Guerra (almeno quelli connessi ai caduti arsolani), mentre una terza tratta le Memorie legate alle leve e ai combattenti della comunità. Si tratta di raccolte di dati solo da un punto di vista superficiale: il luogo di sepoltura lontano dal paese d’origine, ad esempio, permette profonde riflessioni sul senso d’appartenenza e sul significato della morte, inteso come sradicamento definitivo, in questo caso anche geografico, mentre le liste di leva divengono uno strumento sociologico (diacronico) per capire cosa significa l’esperienza collettiva della guerra, la sottrazione (per arruolamento o, nel peggiore dei casi, per morte) delle forze più verdi di una comunità. Il caso del sindaco Erminio Nardoni mi pare emblematico, rivela come la chiamata alla guerra ponga importanti questioni di responsabilità civile, divisa tra patria nazionale e comunità locale: «Erminio Nardoni non partirà per il fronte bensì resterà ad Arsoli ad espletare le sue funzioni politico-amministrative ed in tale veste renderà comunque un buon servizio alla Patria» (p. 126).

La faccenda del «sindaco della Grande Guerra» è uno dei molti episodi storicamente intriganti e vitali raccontati nell’ultima parte del libro (Vicende e personaggi di Arsoli nel periodo ’15-’18), al pari dell’arrivo dei profughi di Caporetto, della lotta con la pandemia di spagnola e delle lettere dal fronte, sempre toccanti proprio nelle loro popolari e umane sgrammaticature.

Arsoli e la Grande Guerra, insomma, è un libro che coniuga felicemente la capacità di districarsi nelle pastoie degli archivi e la volontà di dare un ritratto vivo, materiale e spirituale assieme di un periodo – purtroppo – fondamentale per la comprensione di cosa significa l’Italia e, in scala minore ma non minoritaria, anche Arsoli.