EDITORIALE – «Un grande segno apparve nel cielo». Con queste parole solenni e cariche di stupore si apre il capitolo 12 dell’Apocalisse di Giovanni, uno dei passaggi più intensi e simbolicamente ricchi dell’intera Scrittura. Non è l’annuncio di una catastrofe, come spesso si è portati a pensare quando si parla di Apocalisse, ma la rivelazione di un mistero: Dio che entra nella storia attraverso segni, immagini e visioni capaci di parlare al cuore prima ancora che alla ragione.
La scena è potente: una Donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e una corona di dodici stelle sul capo. È incinta, grida per le doglie del parto, mentre davanti a lei incombe un grande drago rosso, simbolo del male che tenta di divorare il figlio appena nato. Il linguaggio è visionario, quasi sconvolgente, eppure profondamente umano. È il racconto della lotta tra la vita e ciò che la minaccia, tra la promessa di Dio e le forze che cercano di soffocarla.
Nel corso dei secoli, la Chiesa ha letto questo brano su più livelli. La Donna è Maria, figura della maternità redenta, ma è anche Israele, popolo dell’attesa, e insieme la Chiesa, chiamata a generare Cristo nel mondo nonostante persecuzioni e opposizioni. L’Apocalisse non offre risposte semplici: invita a contemplare. E nella contemplazione, a riconoscere che la storia della salvezza passa sempre attraverso il travaglio.
Il “grande segno” non è dunque il drago, ma la Donna. È la fragilità che resiste, la vita che continua a nascere anche quando tutto sembra perduto. In questo senso, il capitolo 12 dell’Apocalisse rovescia la prospettiva comune: il male è rumoroso, minaccioso, ma non è mai protagonista. La scena centrale resta occupata da chi custodisce la promessa di Dio.
Teologicamente, il testo ci ricorda che la vittoria non avviene attraverso la forza, ma attraverso la fedeltà. Il Figlio viene sottratto al drago, la Donna trova rifugio nel deserto, luogo biblico della prova ma anche dell’incontro. È una salvezza che non elimina la sofferenza, ma la attraversa, trasformandola in passaggio.
In un tempo storico segnato da conflitti, paure e incertezze, l’Apocalisse 12 continua a parlare con sorprendente attualità. Non come cronaca del futuro, ma come chiave di lettura del presente. Ogni epoca conosce il suo drago, e ogni epoca è chiamata a riconoscere i segni della luce che resistono nel buio.
«Un grande segno apparve nel cielo»: è l’annuncio che la storia non è abbandonata al caos. Anche quando il cielo sembra chiuso, Dio continua a parlare per segni, affidando all’umanità il compito di interpretarli con fede, vigilanza e speranza. Non per fuggire dal mondo, ma per abitarlo con lo sguardo rivolto verso l’alto e i piedi ben piantati nella terra della vita quotidiana.