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Tragico lieve. Su “Cosmesi” di Tonino Vaan

Tivoli – Scrivere vuol dire anche concentrare, raccogliere masse significanti in un punto e lasciarle lì a lievitare. Forse anche per un’idea di questo tipo, Cosmesi (L’arcolaio, 2008) è ad ora l’unico libro pubblicato di Tonino Vaan, poeta tiburtino classe 1960. Strutturato come un lungo flusso di versi, Cosmesi dà del resto di per sé l’impressione della levità: scompaiono le sezioni, le poesie si raggruppano al massimo in brevi conglomerati separati dall’asterisco, i titoli spesso sono sospesi dai tre puntini (a inizio e a fine), la maiuscola è abolita, le epigrafi si innestano nel corpo dell’opera. Anche il punto di fine frase slitta di frequente all’inizio del verso successivo, e fa pensare a un tratto della scrittura digitale rifunzionalizzato come strumento di obliquità e apertura del verso.

Eppure l’impalpabilità, l’espansione cui sembra obbedire il libro di Vaan non esclude anche una certa gravità, un certo ancoraggio a terra declinato nei termini della sfida, dell’incomprensione, del timore. Stefano Guglielmin, nella prefazione, lo dice bene: «il libro di Vaan è un ininterrotto sussurrarci all’orecchio che la nostra morte è un buio definitivo e che, dunque l’umanità va giocata nell’aldiqua, facendo scelte responsabili». Morte/buio, aldiqua, sussurro: sono questi, effettivamente, i cardini tematici e stilistici su cui si costruisce l’opera di Vaan, evaporata sopra la realtà diuturna eppure mossa anche verso uno scandaglio, un’archeologia del senso.

L’«aldiqua» di cui parla Guglielmin, oltre che terreno simbolico per la «responsabilità» (in dialettica con la propria fine, con la morte), è del resto anche – e di conseguenza – l’ambientazione della scena di Cosmesi, che nella maggior parte dei casi propone episodi quotidiani, relazioni anti-epiche e oggetti comuni: «78 chilometri orari sulla statale», «cena fredda», «stairway to heaven dall’inizio alla fine», «dalle persiane filtra un bagliore» – solo per citare degli incipit – sono frammenti oggettuali o esperienziali di una vita “comune”, che Vaan usa non semplicemente per attivare l’immedesimazione del lettore ma, con quella, trascinarlo nella tragicità e insieme sciatteria di una faglia che si apre già nei giorni sulla «terra intera che ci vive», nell’aldiqua – che è basso, anche passivo.

Il paesaggio familiare costruito da Vaan è infatti quasi impercettibilmente scosso, ma pur sempre scosso, «un mondo instabile e sismico», come scrive lui stesso, la cui levità – appunto – è anche levità di qualcosa che non si afferra: «tra queste case allora, dirsi come fare / a sentire sempre diverse le cose uguali». La maggior parte dei testi di Cosmesi sono allora resoconti di questa schiuma che cresce nascosta, oppure – soprattutto – richieste del poeta agli altri o del poeta a se stesso di dare una quadra, tracciare una demarcazione che sia sicura, una teoria. Ma l’interrogazione è vana e la poesia pare cogliersi più puramente proprio al di sotto di questa soglia, che non è una soglia sfidata misticamente, una soglia di trascendenza, bensì un limite avvertito, quasi accolto nella sua invalicabilità. Così rimane «che abbiamo altro da dire, almeno sembra / dalle cose che diciamo a noi stessi, di noi», ma allo stesso tempo «sale una rumba distratta / da tutto un pensiero critico / ma privo di parole d’ordine», e la poesia di Vaan pare proporsi refrattaria a ogni utilizzo tetico, marchiante una verità che invece non è data scoprire manifestamente.

La cosmesi del titolo, insomma, è effettivamente un velamento, «un trucco leggero» che «proietta avanti / certi nostri piccoli dettagli», nel solco di un’antica tradizione di mascheramento dell’essere di fronte all’occhio e al linguaggio umani; ma è anche la scoperta dello stesso trucco: «lo sappiamo», che il trucco esiste, che vela, e abitiamo un tragico sintetizzato dal quotidiano. Un tragico in certa misura assunto, fatto espandere spontaneamente nella sua morbida inevitabilità.