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Tivoli tra sacro e profano

C’è una foto che non ha bisogno di didascalie. Basta guardarla. Da un lato la Rocca Pia, severa, compatta, figlia di una storia che pesa come la pietra con cui è stata costruita. Dall’altro, a pochi metri, un palazzo moderno, avveniristico, estraneo. Due mondi che si sfiorano senza parlarsi. Due epoche che convivono senza dialogo.

È in questo contrasto violento e silenzioso che si consuma una delle più grandi contraddizioni urbanistiche di Tivoli.

La Rocca domina, come ha sempre fatto, con la sua funzione originaria: difendere, vigilare, raccontare il potere e la storia. Accanto, però, cresce un’architettura che sembra ignorarla, che non la rispetta, che non le fa spazio. Non per mancanza di metri quadrati, ma per assenza di visione.

Quella foto è la sintesi plastica di scelte urbanistiche figlie di un’epoca in cui il “nuovo” era considerato automaticamente progresso, anche quando cancellava contesti, relazioni, identità. Anni in cui si costruiva accanto alla storia, non con la storia. Anni in cui l’integrazione era un optional, e il paesaggio urbano una somma di volumi, non un racconto coerente.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il sacro e il profano che convivono forzatamente, senza armonia. La fortezza rinascimentale diventa sfondo, quasi quinta teatrale, di una modernità che non chiede permesso e non si pone domande. Una modernità che, invece di dialogare con il passato, lo schiaccia visivamente.

Eppure Tivoli non è una città qualunque. È stratificazione, è equilibrio fragile tra natura, archeologia, Medioevo, Rinascimento e contemporaneità. Ogni intervento edilizio dovrebbe partire da questa consapevolezza. Dovrebbe farsi carico di una responsabilità collettiva: non tradire il contesto.

Le scelte dell’epoca costituirono una resa, un momento in cui si è scelto di costruire senza ascoltare il luogo. In cui l’urgenza abitativa, la spinta economica o la moda architettonica hanno prevalso sulla tutela dell’identità urbana.

Non si tratta di demonizzare il moderno, né di congelare la città in una cartolina d’epoca. Si tratta di pretendere qualità, rispetto, misura. Di chiedere che il nuovo sappia essere umile davanti a ciò che lo precede.