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“Ti saluto, o mio palazzo”: il canto di san Francesco alla Vergine, poesia di fede e umiltà

Tra i testi più intensi e meno conosciuti della tradizione francescana spicca il Saluto alla Vergine, attribuito a san Francesco d’Assisi, un breve ma densissimo canto di lode che si apre con le parole: “Ti saluto, o mio palazzo”. Un’espressione sorprendente, capace di racchiudere in poche righe la visione teologica, poetica e spirituale del Poverello di Assisi.

Nel Saluto alla Vergine, Francesco si rivolge a Maria con immagini ardite e profondamente simboliche: la Vergine è il “palazzo” e il “tabernacolo” in cui Dio ha scelto di abitare, la dimora umile e pura che ha accolto il mistero dell’Incarnazione. Un linguaggio che unisce semplicità evangelica e grande forza evocativa, tipico della scrittura francescana, in cui la poesia diventa preghiera e la preghiera diventa canto.

Il testo non è un inno trionfalistico, ma una lode essenziale, costruita su parole brevi e cariche di significato. Maria è celebrata non per il potere o la gloria, ma per la sua disponibilità totale, per l’essere spazio aperto all’azione di Dio. In questa prospettiva, il termine “palazzo” non allude alla ricchezza terrena, ma a una regalità rovesciata, fondata sull’umiltà e sull’obbedienza.

Il Saluto alla Vergine riflette inoltre la profonda devozione mariana di san Francesco, sempre lontana da eccessi dottrinali e vicina invece all’esperienza concreta della fede. Maria è presentata come sorella nella fede e modello di sequela evangelica, colei che ha vissuto per prima quella povertà interiore che Francesco propone come via di libertà.

Ancora oggi, questo canto continua a essere letto, meditato e cantato nelle comunità francescane e non solo. La sua attualità risiede nella capacità di parlare a credenti e non credenti, offrendo un’immagine di spiritualità spoglia, accogliente e profondamente umana, in cui il sacro non è distante, ma abita le pieghe della vita quotidiana.

In poche righe, san Francesco riesce così a consegnare alla storia una delle più alte espressioni della poesia religiosa medievale, ricordando che la vera grandezza non sta nell’imponenza delle parole, ma nella loro verità.