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La Befana: tra dolci, scopa e… tanti chiovi tè alla porta, tanti diavui tesse porta!

Ogni anno, il 6 gennaio, l’Italia celebra una delle figure più caratteristiche e affascinanti del folklore: la Befana. Tra bambini eccitati e dolci profumati, questa “vecchietta” che vola sulla scopa rimane una delle protagoniste più amate del Natale che si prolunga fino all’Epifania. Ma la Befana non è solo caramelle e carbone: dietro a questa tradizione si nascondono storie antiche, rituali popolari e, perché no, qualche imprecazione divertente in dialetto!

Secondo la tradizione, la Befana è una donna anziana che vola tra i tetti delle case nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, scendendo nei camini con un sacco pieno di doni. Ai bambini buoni porta caramelle e frutta secca, mentre a quelli meno virtuosi lascia il carbone, simbolo di monito e di scherzo. La sua origine si intreccia con antichi riti pagani legati alla fine dell’inverno e alla purificazione della casa, ma con il tempo si è trasformata nella figura dolce e buffa che tutti conosciamo.

Nei piccoli paesi, l’Epifania era un’occasione per i bambini di vivere momenti di pura gioia e… un po’ di malizia! I più audaci organizzavano vere e proprie scorribande: si andava di porta in porta a bussare e cantare, sperando in frutta, dolci o qualche piccolo regalo. Ma non sempre le case erano generose, e in quei casi entrava in scena il famoso detto in dialetto:

“Tanti chiovi te’ alla porta, tanti diavui tesse porta!”

Questa frase, così colorita e divertente, era un’imprecazione gentile, ma anche tremendamente simbolica: chiudeva il cerchio tra bambini e portoni di legno antichi, spesso pieni di chiodi robusti. L’augurio era semplice e scherzoso: chi non apriva la porta alla vecchiotta della Befana si meritava di essere “portato via dai diavoli” in misura dei chiodi che ornavano la porta stessa. Una tradizione che oggi fa sorridere, ma che un tempo aveva un sapore di magia, di rispetto e di giusta punizione per chi non condivideva la generosità.

C’è qualcosa di irresistibilmente poetico nell’immagine della Befana che vola sulla scopa nella notte stellata, infilando il suo naso curioso nei camini, lasciando dietro di sé odore di dolci e carbone. Ogni casa, ogni focolare, diventa teatro di un piccolo miracolo domestico: un dolce in più per i più meritevoli, un monito scherzoso per i più birichini. E mentre i bambini corrono a controllare le calze appese al camino, il vecchio detto in dialetto riecheggia ancora come eco delle feste di un tempo, quando la fantasia, il divertimento e un pizzico di malizia rendevano ogni borgo un luogo magico.

Oggi la Befana è soprattutto simbolo di allegria e dolciumi, ma ripensare a quei tempi in cui “tanti chiovi te’ alla porta, tanti diavui tesse porta” era un vero e proprio rito, ci permette di assaporare il folklore più autentico, fatto di bambini che correvano tra le vie dei paesi, risate e porte che si aprivano – o si chiudevano! – davanti a una vecchietta un po’ burbera, ma sempre generosa.

Così, ogni 6 gennaio, quando appendiamo la calza al camino e aspettiamo la Befana, ricordiamoci anche di quel piccolo pezzo di storia: un tempo in cui le parole in dialetto erano magie, i chiodi delle porte erano punizioni… e i diavoli, beh, potevano davvero fare capolino tra i vicoli dei borghi italiani!