Se ultimamente, camminando per strada o scrollando il feed di Instagram, avete avuto la sensazione di vivere in un film in bianco e nero (con l’aggiunta di qualche tocco di “greige”, quel mix un po’ spento tra grigio e beige), non siete pazzi. Non è un’illusione ottica e nemmeno un calo di vista: il mondo sta perdendo i suoi colori. La vivacità cromatica a cui eravamo abituati nei decenni passati sta scomparendo, fagocitata da un’ondata di neutralità che ha investito tutto, dalle auto che guidiamo, ai vestiti che indossiamo, fino alle pareti delle nostre case. Ma come siamo passati dal technicolor alla scala di grigi? Partiamo dalle automobili, forse l’esempio più lampante. Chi ha vissuto o guardato le foto degli anni ’80 e ’90 ricorderà parcheggi che sembravano scatole di pennarelli: berline rosse fiammanti, station wagon verde bottiglia, utilitarie blu elettrico o giallo ocra. Oggi, infilarsi nel traffico significa immergersi in un mare di asfalto che si fonde con le carrozzerie. I numeri non mentono. Secondo il Global Automotive Color Popularity Report 2025 di Axalta, il punto di riferimento assoluto nell’industria delle vernici automobilistiche, ben l’81% delle auto vendute a livello globale è monocromatico. Le nostre strade sono dominate dal bianco (29%), seguito dal nero (23%), dal grigio (22%) e dall’argento (7%). In Europa, in particolare, il grigio domina incontrastato al 26%, un dato confermato anche dalle rilevazioni del Color Report di BASF. Pensate che qualche tempo fa la Fiat aveva persino lanciato una campagna provocatoria, promettendo di smettere di produrre auto grigie con lo slogan: “Il mondo non ha bisogno di un’altra auto grigia”. Un’iniziativa romantica, certo, ma che si scontra con una dura realtà di mercato: compriamo macchine neutre perché “si rivendono meglio” e “non stancano”. Abbiamo letteralmente barattato l’espressione di noi stessi con il valore dell’usato. Questo fenomeno di desaturazione, però, non si ferma sul vialetto di casa, ma entra direttamente nei nostri salotti. Negli anni ’70 e ’80 l’interior design era un tripudio di espressione: bagni rosa salmone, cucine arancioni, carte da parati dai motivi psichedelici. Oggi, il minimalismo ha imposto la tirannia del colore neutro. Le classifiche dei colossi delle vernici come Sherwin-Williams o i trend di interior design parlano chiaro: le latte più vendute sono sempre varianti di bianco, antracite e grigio chiaro, come i popolarissimi Iron Ore o Repose Gray. Sui social network è esplosa l’ironia attorno alla cosiddetta estetica del “sad beige” (il beige triste), che ormai contagia non solo l’arredamento di interi appartamenti, ma persino i vestiti e i giocattoli dei bambini, trasformati in mini-adulti vestiti di color fango, corda o tortora pur di abbinarsi perfettamente al divano in lino del soggiorno. Se pensate che sia solo una questione di percezione o di mode temporanee, la scienza vi smentisce in modo inequivocabile. Uno studio mastodontico e affascinante condotto dai ricercatori del Science Museum Group del Regno Unito ha analizzato i pixel di oltre 7.000 oggetti di uso quotidiano fotografati dal 1800 a oggi. Il risultato è un grafico che va letteralmente a spegnersi. Se fino ai primi del ‘900, e poi di nuovo con un picco di creatività pop negli anni ’60, gli oggetti in scala di grigio erano una minoranza rispetto a tonalità calde e vivaci, dagli anni 2000 in poi grigio, nero e bianco sono diventati predominanti, superando il 50% dei colori totali degli oggetti analizzati. Smartphone, laptop, elettrodomestici, divani, maglioni: tutto si è fuso in un’unica, rassicurante e monotona palette.
Perché abbiamo deciso di spegnere la luce? La colpa è principalmente della globalizzazione e delle ferree logiche della produzione di massa. Produrre un cappotto, un’automobile o uno smartphone nero costa meno, ottimizza la catena di montaggio e, soprattutto, garantisce che quel prodotto piacerà – o quantomeno non dispiacerà – sia a un cliente che passeggia per Milano, sia a uno di Tokyo o di New York. Il colore neutro è diventato la scelta “sicura”, che riduce il rischio d’impresa per le multinazionali e il rischio di sentirsi fuori posto per noi consumatori. Abbiamo sacrificato l’arcobaleno sull’altare del conformismo rassicurante e del design “pulito”. Forse, la prossima volta che dovremo scegliere una maglietta da comprare o dipingere una parete di casa, ci converrà osare un po’ di più con i pigmenti. Altrimenti, finiremo per vivere le nostre vite in un mondo totalmente sbiadito, dove l’unica vera nota di vivacità resterà lo schermo acceso dei nostri telefoni rigorosamente neri.