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Cambio di prospettiva. Tivoli vista dall’alto

Tivoli – L’esperienza dall’interno, dal piano di calpestio, dei luoghi che viviamo, è di per sé parziale e incompleta, e non sempre consente di cogliere la stratificazione di un aggregato urbano. Questo sembra essere il concetto alla base di un libro realizzato ormai vent’anni fa (prima, si badi, della diffusione commerciale dei droni) e dal titolo Tivoli. Con gli occhi degli uccelli. Pubblicato appunto nel 2005 dall’Associazione Culturale Immagini e Note e con i patrocini degli allora Comune di Tivoli, Provincia di Roma e Regione Lazio, il volume mantiene ancora una sua freschezza di sguardo, benché a questa affianchi inevitabilmente, se sfogliato oggi, un valore di tipo storico-documentaristico.

Il lettore odierno, infatti, può intanto guardare alle fotografie di Tivoli raccolte nel volume (e scattate da Raimondo Luciani a bordo di un piccolo aereo) con un occhio archeologico: valutare lo sviluppo urbanistico di questi vent’anni (colpisce ad esempio Piazza Rivarola adibita a parcheggio, o Piazza Garibaldi ancora priva dell’arco di Pomodoro) e informarsi sui dati storici (magari aiutandosi con le note a fine volume dell’architetto Simonetta Arcangeli, da cui si evince soprattutto come siano stati urbanisticamente densi per la città – a chi legge il giudizio – gli anni a cavallo tra i due millenni). Oppure lo può guardare con l’occhio, un po’ più passivo, del turista, che si gode le riprese aeree invero spettacolari delle Ville, della Sibilla o del Santuario di Ercole Vincitore (adornate, per giunta, di citazioni letterarie a soggetto tiburtino, ad esempio da Goethe, Orazio o Piccolomini).

Ma è soprattutto una questione di metodo, cioè di prospettiva, a sancire la freschezza di cui sopra – ed è quella che richiede al lettore più di tutti l’occhio antropologico. Spostando radicalmente lo sguardo, quindi passando dal terreno calpestato alla visione dall’alto, di Tivoli emerge soprattutto la stratificazione storica e architettonica, e con essa una serie di intrusioni che rompono (felicemente) il quadro troppo patinato della città restituito da una certa narrazione delle Ville (penso alle cave di travertino o alle periferie) oppure che mostrano come Tivoli sia il risultato di una serie di cuciture e giustapposizioni contraddittorie (di cui il caso delle cartiere cresciute addosso al Duomo e a Villa d’Este sono forse il caso più eclatante). Lo scrive bene l’architetto Cesare Panepuccia in apertura: «Da un’altezza elevata emergono con evidenza: le polarità, costituite dagli edifici di rilevanza monumentale come campanili, chiese, palazzi nobiliari, rispetto alle quali si è andato ad aggregare nel tempo il costruito dell’edilizia minore; il tessuto viario che dalle porte di accesso sfocia negli ampi spazi delle piazze, luoghi della vita comunitaria; la tipologia organizzativa dei comparti di fabbrica disposti a fuso o a spina rispetto all’orografia del sito, all’edificio prevalentemente fortificato o alle preesistenze archeologiche. Da una inquadratura aerea si può capire immediatamente quale è il punto di separazione o congiunzione tra il tessuto storico consolidatosi per sovrapposizioni edilizie secolari, e gli smagliamenti relativi alle edificazioni incontrollate dell’età moderna.»

I vent’anni trascorsi, insomma, sono solo un’ulteriore stratificazione aggiunta, in confronto a un volume che svela il suo interesse (allora come oggi) proprio nell’occasione che offre di mostrare il puzzle di continuità e discontinuità di cui si costituisce ciò che più rassomiglia a una città nella Valle dell’Aniene, e negli immediati dintorni.