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Senza il Mondiale perdiamo molto più del calcio

Ancora una volta, l’estate saprà di vuoto. Per la terza edizione consecutiva, il mondo si fermerà per guardare il pallone rotolare, e noi italiani saremo costretti a fare gli spettatori. Niente tricolori sui balconi, niente clacson a squarciare il silenzio delle notti estive, niente abbracci sudati tra sconosciuti davanti a un maxischermo in piazza e mentre nei palazzi della FIGC va in scena la solita, stucchevole giostra delle poltrone – un valzer di allenatori esonerati, dirigenti rimpiazzati e conferenze stampa intrise di promesse vuote – c’è un dato di fatto che viene sistematicamente ignorato: il calcio, in Italia, non è mai stato “solo un gioco”. È un motore emotivo che accende la nostra economia. Quando piangiamo per una mancata qualificazione, non stiamo solo piangendo per un gol sbagliato o per un rigore finito sulle tribune. Stiamo piangendo per un’occasione persa per il nostro Paese. E non è retorica, è storia.

Torniamo con la mente al 1982. L’urlo di Tardelli al Bernabéu non fu solo l’esultanza per una rete alla Germania; fu il ruggito di un Paese che voleva disperatamente uscire dall’oscurità dei cupi e violenti “Anni di Piombo”. Quel trionfo sportivo segnò uno spartiacque psicologico fondamentale. Inaugurò un decennio di formidabile rilancio economico, di ottimismo dilagante e di espansione dei consumi interni. Quel benessere nazionale culminò qualche anno dopo, nel 1987, con il famoso “sorpasso” del PIL italiano su quello britannico. Il pallone ci aveva fatto credere di nuovo in noi stessi.

Più di recente, prendiamo il caso del 2006. Il cielo azzurro sopra Berlino non ci ha regalato solo una Coppa, ma un anno successivo (il 2007) letteralmente d’oro per l’economia pre-crisi. I dati di allora, confermati da analisi di Istat e Coldiretti, parlano chiaro, delineando un “effetto Mondiale” clamoroso:
Il PIL nominale crebbe del 4,1%, registrando uno dei tassi più alti di quel decennio. Le esportazioni balzarono in avanti del 10%. La vittoria funzionò come uno spot pubblicitario globale e gratuito per il “Made in Italy”: il mondo intero voleva comprare italiano, mangiare italiano, vestire italiano. Il turismo vide un’impennata: nel 2007 si registrarono ben 2,36 milioni di turisti stranieri in più (+3,5% rispetto all’anno prima). La disoccupazione scese di quasi il 10%.

Oggi siamo nel 2026. Stiamo attraversando un periodo di forte instabilità e incertezza, che grava come un macigno soprattutto sulle spalle dei giovani, molti dei quali non hanno letteralmente mai visto l’Italia giocare un Mondiale in vita loro. In un momento storico così delicato, anche solo partecipare a questa competizione avrebbe rappresentato un’iniezione di fiducia vitale. Pensiamo alle ricadute sul nostro territorio locale. Le notti mondiali avrebbero significato piazze piene, pub e ristoranti a pieno regime, pizzerie sommerse di ordini, fiumi di birra spillata e attività commerciali in fermento. Avrebbe significato respiro per i bilanci di chi fa impresa e un po’ di leggerezza per il morale di chi studia e lavora. Invece, ci ritroviamo a guardare il solito teatrino ai vertici del nostro calcio. Si cambiano i nomi per non cambiare la sostanza. Si fa finta di fare la rivoluzione per lasciare tutto esattamente com’è e proprio alla luce di questi dati economici inconfutabili, il silenzio della politica non è più giustificabile. Se il calcio è a tutti gli effetti un’industria trainante per la Nazione, capace di spostare punti di PIL, spingere l’export e rianimare i consumi interni, il suo collasso non può più essere derubricato a mera “questione sportiva” da lasciare alle esclusive beghe di palazzo della federazione. Ci aspetteremmo che gli organi di governo, a cominciare dal Presidente del Consiglio e dai ministeri competenti, prendano in mano la situazione. Il Governo deve farsi carico di questo stallo: non si può assistere inermi al declassamento di un simile asset nazionale. È tempo che la politica esiga riforme dall’alto, pretenda trasparenza o intervenga per sanare un sistema palesemente rotto. Ma di questa mediocrità siamo stanchi. Serve una rivoluzione reale, strutturale, che parta dai vivai, dalle strutture, dalla mentalità, e che spazzi via una classe dirigente che ha fallito su tutta la linea. Perché quando l’Italia del calcio si ferma, non perde solo la Nazionale. Perde il bar all’angolo, perde l’azienda che esporta, perde il nostro turismo. Perdiamo tutti noi. E sinceramente, non ce lo possiamo più permettere.