Settimana Santa, il grido che attraversa la storia e ferisce il cuore
di Don Gaetano Maria Saccà - parroco di San Polo dei Cavalieri (Rm)
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Nel cuore trafitto della Settimana Santa (Venerdì), quando il cielo sembra farsi silenzio e la terra trattiene il respiro, una parola attraversa i secoli e raggiunge ogni coscienza: Sitio. Ho sete.
Non è soltanto il grido di un corpo martoriato, prosciugato dal dolore; è il grido dell’Amore stesso che, giunto all’estremo, si rivela nella sua nudità più vera.
Cristo ha sete.
Ha sete dell’uomo.
Ha sete di ciascuno di noi.
Quella sete non è semplicemente biologica: è la sete di Dio che mendica il cuore della sua creatura.
È la sete di un Amore rifiutato, tradito, dimenticato, eppure ostinatamente offerto fino alla fine. Sul legno della croce, Gesù non chiede acqua per sé, ma chiede l’uomo per Dio.
E mentre il Crocifisso pronuncia Sitio, il mondo contemporaneo rivela, forse più che mai, la sua sete.
Una sete drammatica e contraddittoria.
Viviamo in un tempo segnato da guerre che dilaniano popoli, da tensioni geopolitiche che generano paura, da economie che spesso dissetano pochi e lasciano assetati molti. Intere nazioni gridano per l’acqua, per il pane, per la pace.
Ma vi è una sete ancora più profonda, più silenziosa e più radicale: la sete di senso.
L’uomo di oggi, pur immerso in una sovrabbondanza di mezzi, è interiormente arido.
Ha accesso a tutto, ma non possiede più sé stesso.
Comunica con il mondo, ma fatica a dialogare con il proprio cuore.
È una sete che si maschera dietro il consumo, il potere, il piacere, ma che nessuna di queste acque riesce a placare. Sono acque salate: più si bevono, più aumenta la sete.
E allora il grido di Cristo sulla croce diventa specchio del grido dell’umanità:
Dio ha sete dell’uomo…
ma anche l’uomo ha sete di Dio, spesso senza saperlo.
Qui si apre il dramma e, insieme, la speranza.
Perché alla sete di Cristo, l’uomo risponde spesso con l’aceto: con l’indifferenza, con la chiusura, con la violenza, con l’oblio del sacro.
Ma Dio, anche di fronte all’aceto, non smette di amare.
Dal costato trafitto del Crocifisso sgorga un’acqua diversa.
Non l’acqua che il mondo offre, ma l’acqua viva.
È l’acqua dello Spirito, che rigenera.
È l’acqua del perdono, che purifica.
È l’acqua della misericordia, che restituisce dignità.
Quell’acqua scende nella terra arida dell’uomo per renderla di nuovo feconda.
Non elimina la storia, ma la trasfigura.
Non cancella il dolore, ma lo redime.
In questa Settimana Santa, la parola Sitio scava solchi profondi nel cuore dell’uomo smarrito.
È una parola che inquieta, perché smaschera le nostre false sorgenti.
È una parola che consola, perché rivela che Dio non è indifferente alla nostra sete.
Cristo ha sete di te.
Ha sete della tua fede, anche fragile.
Ha sete del tuo amore, anche imperfetto.
E tu, uomo del nostro tempo, di quale acqua vivi?
A quali sorgenti ti abbeveri?
Quale sete porti dentro senza riuscire a nominarla?
Forse la risposta non è lontana.
È lì, sotto la croce.
Da quel costato aperto continua a sgorgare l’unica acqua capace di dissetare davvero:
l’acqua dell’Amore che non si arrende,
l’acqua della Grazia che ricrea,
l’acqua della Vita che vince la morte.
E allora, nel silenzio sacro di questi giorni, lasciamo che quella parola ci raggiunga: Sitio.
Perché solo chi riconosce la propria sete
può finalmente incontrare la sorgente.
(Don Gaetano Maria Saccà)