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Referendum giustizia, don Saccà: “Il voto come atto di coscienza cristiana”

EDITORIALE di don Gaetano Maria Saccà
Mi accingo a scrivere su questo delicato e decisivo argomento non come uno sprovveduto o come un commentatore improvvisato, ma anzitutto come cristiano, come sacerdote e come studioso con un dottorato in Diritto, formazione che mi consente di formulare un pensiero chiaro, argomentato e responsabile.

Non parlo per appartenenza partitica né per simpatia ideologica. Parlo come uomo di fede e di studio, consapevole che quando si affronta il tema della giustizia si tocca una delle colonne portanti della convivenza umana e della credibilità stessa dello Stato.

Tra meno di un mese, l’Italia sarà chiamata a esprimersi su un nuovo Referendum in materia di giustizia. Non sarà semplicemente un passaggio tecnico, né una schermaglia tra partiti o correnti ideologiche. Sarà, piuttosto, un banco di prova della nostra coscienza civile e morale.

Per il credente, in particolare, non si tratta solo di scegliere tra un “sì” e un “no”, ma di interrogarsi su quale visione di uomo, di società e di giustizia intenda sostenere.
La giustizia non è un meccanismo. È un volto. È il volto di chi subisce un torto, di chi chiede verità, di chi implora equità, ma anche di chi ha sbagliato e non deve essere schiacciato per sempre dalla propria colpa. In questa tensione si muove il cuore dell’etica cristiana.
La radice cristiana della giustizia e del bene comune, affonda le proprie radici nella Dottrina Sociale della Chiesa. Dal magistero di Papa Leone XIII fino alle parole di Papa Francesco, ha sempre ricordato che la politica è “la più alta forma di carità” quando è vissuta come servizio al bene comune.
Il bene comune non coincide con l’interesse della maggioranza, né con il vantaggio di una categoria. È ciò che permette a ogni persona di realizzarsi secondo la propria dignità. E la dignità umana, per il cristiano, non è concessa dallo Stato: è iscritta nell’uomo perché creato a immagine di Dio.
Ogni riforma della giustizia deve dunque rispondere a criteri fondamentali: la tutela della dignità della persona, vittima o imputato che sia; la garanzia dell’equità e dell’imparzialità, senza cedimenti a pressioni ideologiche; la promozione della responsabilità personale e sociale, perché la giustizia non è vendetta ma ricostruzione del tessuto umano.

Il cristiano davanti all’urna, non deve essere né tifoso né indifferente. Il rischio più grande è duplice, trasformare il referendum in uno scontro di fazioni; oppure rifugiarsi nell’astensione per disillusione.
Il cristiano non può essere né tifoso né spettatore. È chiamato a essere coscienza critica. L’astensione per apatia è una fuga; il voto ideologico è una riduzione della propria responsabilità morale.

Votare è un atto di testimonianza. Significa dire: “Mi importa della giustizia. Mi importa del destino della mia comunità. Mi importa della verità.”
Noi parliamo di Giustizia umana e giustizia evangelica, perché è il Vangelo che non propone una giustizia debole, ma una giustizia che supera la logica della pura retribuzione. Cristo non annulla la legge, ma la porta a compimento nell’amore (cfr Mt5,17-20).
Questo non significa indulgere al lassismo o negare la necessità della pena. Significa ricordare che la pena non può mai negare la possibilità di redenzione. Una giustizia cristianamente ispirata: non umilia; non strumentalizza; non costruisce consenso sulla paura; non usa il diritto come arma politica.
Essa cerca la verità, protegge gli innocenti, ma non disumanizza il colpevole.

Il credente è chiamato al discernimento. Non basta seguire slogan o leader. Occorre: studiare i contenuti concreti del quesito referendario; valutare le conseguenze pratiche delle modifiche proposte; confrontarsi con esperti, giuristi, pastori e persone competenti; pregare, perché la coscienza sia libera e illuminata.
La fede non sostituisce la ragione: la purifica. Il voto cristiano non è confessionale, ma etico.
Il referendum non riguarda solo il presente. Ogni scelta legislativa costruisce cultura. Se la giustizia diventa spettacolo mediatico o strumento di lotta, si ferisce la fiducia sociale. E una società senza fiducia è una società che si disgrega.
Il cristiano vota pensando anche ai giovani, alle nuove generazioni che guardano alle istituzioni per imparare cosa sia la verità e cosa sia la responsabilità.

Mi accingo a concludere questo mio, affermando, che votare è come un atto di fede civile.
Tra meno di un mese, davanti alla scheda referendaria, il cristiano non porterà solo se steso, ma porterà la propria coscienza formata alla luce del Vangelo.
Non voterà per rabbia; non voterà per convenienza; non voterà per appartenenza; ma voterà per il bene comune.
Perché la vera giustizia non è solo equilibrio di norme, ma riconoscimento della dignità di ogni uomo.

E quando il credente entra nella cabina elettorale, non entra da solo: porta con sé la responsabilità di essere luce nel mondo e sale della terra, anche nella polis.