Il 18 gennaio torna ogni anno come una ferita che non si rimargina.
Nove anni fa, nel 2017, una valanga immensa si staccò dal versante del Gran Sasso e travolse l’Hotel Rigopiano, a Farindola, spezzando improvvisamente ventinove vite e segnando per sempre la coscienza del Paese.
Fu una tragedia che lasciò l’Italia senza parole: una montagna che crolla nel cuore dell’inverno, una struttura isolata dalla neve, richieste di aiuto rimaste inascoltate, soccorsi rallentati dalle condizioni estreme. Poi il boato, il buio, il silenzio.
Quel silenzio, oggi come allora, pesa ancora.
Ventinove persone — uomini, donne, bambini — furono strappate ai loro affetti in una manciata di secondi. Famiglie distrutte, sogni interrotti, vite comuni trasformate in simbolo di una delle più gravi tragedie italiane dell’ultimo mezzo secolo. Solo undici furono estratti vivi dalle macerie, dopo giorni di scavi disperati che tennero l’Italia intera con il fiato sospeso.
Rigopiano non è soltanto un luogo. È diventato memoria collettiva, monito, dolore condiviso.
A distanza di nove anni, resta il peso delle domande senza risposta, delle responsabilità discusse, dei procedimenti giudiziari, ma soprattutto resta il dolore composto dei familiari delle vittime, che non hanno mai smesso di chiedere verità e rispetto. Ogni anniversario riporta alla luce il freddo di quei giorni, l’attesa infinita, la speranza che si spegneva ora dopo ora.
Il tempo scorre, ma non cancella.
Ricordare Rigopiano significa non limitarsi alla commemorazione, ma riconoscere che dietro quei nomi c’erano storie, sorrisi, progetti. Significa custodire il valore della prevenzione, della responsabilità pubblica, della sicurezza dei territori montani e fragili del nostro Paese. Significa non voltarsi dall’altra parte quando la natura incontra l’impreparazione umana.
Oggi, 18 gennaio, le bandiere si abbassano idealmente ancora una volta. Le campane suonano lente. I nomi delle vittime vengono pronunciati piano, uno ad uno, perché nessuno resti solo un numero.
Nel gelo di Rigopiano, quella notte, si fermò il tempo.
Nove anni dopo, resta il dovere della memoria.
Perché il silenzio che avvolge quella montagna non diventi mai oblio.