La donna vestita di sole: il segno che attraversa la Scrittura
Una riflessione che ben si adatta al giorno del Capodanno.
EDITORIALE – Nel dodicesimo capitolo dell’Apocalisse di Giovanni appare un’immagine di straordinaria potenza simbolica: «Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle». Non è una visione isolata, ma un punto di convergenza di tutta la storia della salvezza, un segno che raccoglie e illumina molte altre pagine della Scrittura.
Il tema del “vestire” è profondamente biblico. Essere rivestiti di luce o di giustizia significa partecipare alla vita stessa di Dio. Mosè, sceso dal Sinai dopo aver parlato con il Signore, aveva il volto che irradiava luce; il profeta Isaia parla di chi è rivestito di vesti di salvezza; nel Nuovo Testamento Paolo invita a rivestirsi di Cristo. La donna dell’Apocalisse non riflette semplicemente la luce: ne è avvolta, come segno di una comunione totale con Dio.
Questa donna partorisce un figlio maschio, destinato a governare le nazioni con una verga di ferro. Il riferimento al Messia è evidente. In questa maternità risuona la figura di Maria, scelta per dare carne al Figlio di Dio. La verga richiama l’autorità, ma anche il sacerdozio: la verga di Aronne che fiorisce, segno di elezione divina; la verga con cui Ezechiele misura il tempio, indicando che Dio stabilisce misura, ordine e santità. Il Figlio che nasce è Re e Sacerdote, colui che unisce potere e servizio.
Il testo dice che il bambino viene rapito verso Dio e verso il suo trono. Il verbo richiama l’essere portati in alto, sottratti alla morte. È lo stesso linguaggio che Paolo usa parlando della trasformazione finale dei credenti, ed evoca figure come Elia, assunto senza conoscere la morte. Anche Gesù, dopo la risurrezione, ascende al Padre: non come fuga, ma come compimento. L’Apocalisse concentra tutto questo mistero in un’unica immagine di elevazione e gloria.
Di fronte alla donna appare il drago, antico simbolo del male. È Satana, che trascina con sé una parte degli angeli e cerca di divorare il bambino appena nato. Qui la Scrittura fa memoria di un male che si ripete nella storia: dal faraone che ordina la morte dei neonati al tempo di Mosè, a Erode che fa uccidere i bambini di Betlemme. Il riferimento ai sacrifici idolatrici e alla profanazione del tempio mostra come il rifiuto di Dio generi sempre violenza contro la vita, soprattutto quella più fragile.
Ma la donna non viene distrutta: fugge nel deserto, luogo ambiguo nella Bibbia. Il deserto è prova e protezione, solitudine e incontro. È il luogo dell’Esodo, dove Israele impara a fidarsi di Dio; è il luogo in cui Elia è nutrito; è il luogo in cui Gesù affronta il tentatore. La donna che fugge non è solo Maria, ma anche il popolo di Dio, la Chiesa, Israele e l’umanità credente custodita da Dio mentre il male infuria.
La corona di dodici stelle richiama le dodici tribù d’Israele e, allo stesso tempo, i dodici apostoli. La donna è dunque figura della continuità del piano di Dio: l’Antica e la Nuova Alleanza unite in un unico segno. È madre del Messia e madre di un popolo, chiamato a generare Cristo nel mondo.
Questa visione ha trovato voce anche nella tradizione liturgica e musicale della Chiesa. Il canto neocatecumenale “Una gran señal apareció en el cielo” traduce in preghiera ciò che l’Apocalisse annuncia in visione. Cantando, la comunità riconosce che quel segno non appartiene solo al passato o alla fine dei tempi, ma è presente oggi: ogni volta che il bene è perseguitato, ogni volta che la vita è minacciata, ogni volta che Dio custodisce il suo popolo nel deserto della storia.
L’Apocalisse non è un libro di paura, ma di rivelazione. La donna vestita di sole ci ricorda che, al di là dello scontro tra luce e tenebra, la storia è già illuminata dalla promessa di Dio. Il drago combatte, ma non vince. Il Figlio regna. E la donna, segno grandioso nel cielo, continua a indicare che la salvezza nasce nel silenzio, nella fedeltà e nella luce che viene da Dio.