Tivoli – Come ogni immagine turistica, anche quella di Tivoli è frutto di una costruzione artificiale; una costruzione già romana, che si è raffinata nei secoli e ha trovato poi nel Grand Tour tra ‘700 e ‘800 un momento cruciale di definizione. E come molte altre, anche questa immagine è stata a poco a poco assorbita dal senso comune e scambiata infine per un dato naturale, rendendosi apparentemente indipendente dalle condizioni storico-culturali che l’hanno prodotta. Nel panorama culturale odierno capita di rado, perciò, di imbattersi in iniziative che siano in grado di fronteggiare criticamente il lato turistico di Tivoli, anche per il semplice fine di discuterlo e capirlo davvero; e le operazioni a cui assistiamo, invece, si perdono per lo più in celebrazioni o reiterazioni del mito.
Proprio il caso di Tivoli, però, se studiato con un altro taglio, permette non solo di avvicinarsi alla città stessa con una prospettiva meno cristallizzata, ma anche di ragionare sui presupposti ideologici che il turismo, in quanto tale, generalmente sottende. E tal proposito, Viaggio in Italia di Goethe è uno degli strumenti migliori per tentare entrambe queste imprese, visto il ruolo di rilevo che il libro ha ricoperto sia in relazione alla teoria del turismo sia nell’alveo dei diari storici del Grand Tour. Scritto come resoconto del viaggio realizzato nella penisola tra il 1786 e il 1788 (in presa diretta, ma poi rielaborato e pubblicato a partire dal 1816), Viaggio in Italia mostra infatti più volti contemporaneamente: è la fuga di un giovane scrittore di successo dalla patria molesta (Weimar); l’apprendistato di un pittore e poeta; la ricerca filosofico-tassonomica di un botanico; l’esplorazione di un locus amoenus, quale l’Italia appariva oltralpe (il viaggio parte da Karlsbad, passa dalla Svizzera e raggiunge Palermo percorrendo la penisola in lungo e largo, con tappe principali a Venezia, Napoli e Roma); un contributo di prestigio alla mitizzazione di Roma; un manuale inconscio di consumismo turistico; il sollazzo di un aristocratico che non deve lavorare per vivere.
È bene comunque sottolineare da subito che anche i più inquietanti tra questi volti non intaccano in nulla la bellezza del libro, che rimane di certo un grande compendio di scrittura geografica nonché un saggio dell’intelligenza tramite cui Goethe riesce a leggere le situazioni più varie e a farsi di volta in volta antropologo, cartografo, antiquario, diplomatico, poeta. Per contro, la provenienza di Goethe (e della quasi totalità delle persone che incontra) da una classe agiatissima è chiaramente una conditio sine qua non del viaggio stesso – e irrimediabilmente, di conseguenza, ne informa lo spirito. A ciò va aggiunto che le bussole filosofiche dell’avventura, principalmente due, non sono né neutre né trascurabili. La prima riguarda l’«Urpflanze, la pianta originaria» (cito da p. 273 dell’edizione BUR, 1991) e cioè la ricerca da parte dell’autore di un archetipo vegetale che giustifichi l’evoluzione e la varietà della botanica: si tratta di un’aspirazione al fondo illuminista, intrisa com’è di quell’ottimismo verso la sistematizzazione dell’esistente che molto ha caratterizzato il ‘700 europeo. L’altra bussola coincide invece col mito di Roma, che è d’altro canto squisitamente romantico, e riconosce nell’Urbe una sorta di concrezione metastorica capace di restituire la grandezza umana in ogni ambito. Il libro è infatti pieno di passaggi in cui Roma è additata come approdo necessario per l’intellettuale e l’artista del tempo, come leggiamo ad esempio in un appunto del 3 dicembre, dove addirittura mito di Roma, natura e identità si fondono: «Quello che già nella Storia naturale, mi accade ora anche in quest’altro campo: qui [a Roma] infatti si riattacca tutta la storia del mondo ed io considero come un mio secondo natalizio, come una vera e propria rinascita, il giorno in cui sono arrivato a Roma» (p. 149). La storia della natura si sovrappone insomma a quella umana ed entrambe convergono a Roma, dove, contemplando e studiando, l’intellettuale può trovare anche il proprio personale compimento («una vera e propria rinascita»).
Questa allora la base concettuale e la mitologia del Viaggio; di cui in questo articolo vorrei evidenziare l’assoluta compatibilità con i modi con cui il turismo ha continuato ad essere pensato anche nella fase massificata, ovvero dopo la rivoluzione industriale e post-industriale. Se infatti l’oggetto del turismo è il veicolo per una realizzazione identitaria oltre che intellettuale (la «rinascita»), il rapporto che si crea tra il luogo esplorato e l’esploratore è in molti aspetti sovrapponibile a quello che intercorre tra la merce e il consumatore che, consumandola, si consolida appunto nel ruolo di soggetto che sovrasta ed esaurisce un oggetto. Storicamente, allora, possiamo riconoscere che l’Illuminismo ha offerto al turismo l’ottimismo del dominatore (conoscere significa ridurre sotto il proprio controllo, appunto dominare) e il Romanticismo un senso di rêverie che deriva dall’abbandonarsi poi a quel luogo, identificandovisi. In Goethe troviamo entrambi gli aspetti («Poiché io vedo ormai soltanto le cose e non, come una volta, con esse e per esse quello che non c’è, devo imbattermi in spettacoli così grandiosi, per trarne diletto», p. 375), dunque l’intera ideologia turistica in nuce: attraverso un potere d’acquisto che glielo consente, il turista “esplora” il luogo e cioè lo domina e consuma, e – al riparo da ogni attrito – lo fa attraverso una sua immagine edulcorata e spettacolare, cioè attraverso il suo mito. Certo, l’intelligenza di un autore del calibro di Goethe non gli fa sfuggire come il mito di Roma sia a sua volta l’esito di una dominazione – quella nei confronti dell’immediato circondario. Lo leggiamo ad esempio in questo appunto del 25 gennaio (p. 168):
«Così i sette colli di Roma non sono già delle alture opposte al terreno che si stende dietro di loro, bensì contro il Tevere, e contro l’antico letto del Tevere, che poi divenne il Campo Marzio. Se la primavera mi consentirà altre escursioni, descriverò più diffusamente questa posizione infelice. Ma fin da ora, sento di partecipare vivamente alle grida e ai lamenti delle donne di Alba, che si vedono distruggere la loro città e son costrette ad abbandonare la bella sede, già prescelta da un abile condottiero, per fissar loro stanza fra le nebbie del Tevere, occupare il miserabile Celio e di qui rivolgere lo sguardo verso il loro paradiso perduto. Conosco ancora poco questa regione, ma sono convinto che nessun paese del mondo antico è sorto in una peggior posizione di Roma; ma poiché alla fine i Romani ebbero tutto inghiottito, dovettero allargarsi con le loro ville nuovamente alla periferia e spingersi fino alle sedi delle città distrutte, per vivere e per godere della vita.»
Questa importante consapevolezza, tuttavia, non conduce mai nel libro a una vera relativizzazione del mito, e anzi la potenza di Roma viene in fin dei conti rafforzata proprio dal racconto delle sue imprese, anche di quelle avvertite come più odiose (Roma distrugge le città nei dintorni «per vivere e godere della vita»: il sopruso è qui esplicito). E su una serie di relativizzazioni mancate si regge infatti anche il turismo massificato contemporaneo, che quando “esplora” un luogo lo fa godendo del suo spettacolo e mai problematizzando il ruolo passivo che viene assegnato all’oggetto di cui si gode, né la posizione (economica, sociale, ideologica) di chi esplora/consuma.
Vista per sommi capi questa impostazione, quindi, credo che possa essere utile riportare qui e commentare i passaggi in cui il Viaggio menziona direttamente Tivoli. Se il quadro è quello che abbiamo detto, d’altronde, anche a Tivoli spetta ricoprire dei ruoli precisi, ovvero quello di oggetto consumato e insieme – e in questa doppiezza è il cuore del discorso – di ancella del mito di Roma. Sì, nel Viaggio Tivoli non compie che rapide apparizioni (e precisamente quattro); ma, anche se fugaci, queste ci consentono di notare alcune caratteristiche significative della turisticizzazione di Tivoli. Ecco il primo passaggio (p. 137):
«Frascati, 15 novembre
La brigata è andata a letto ed io scrivo ancora, con l’inchiostro di seppia col quale oggi abbiamo disegnato. Abbiamo avuto qui due o tre belle giornate, senza pioggia, con un sole tiepido e blando che non ci fa rimpiangere l’estate. La regione è amenissima; il paese è situato sopra una collina o meglio sul declivio di un monte, e ad ogni passo si offrono al disegnatore dei soggetti stupendi. Il panorama è sterminato: si vede Roma nel piano, e da lungi il mare; a destra i monti di Tivoli; e così via. In questa terra deliziosa, le ville sono veramente case di delizia, e come gli antichi Romani già avevano qui le loro ville, così cento e più anni or sono alcuni Romani facoltosi non meno che fastosi hanno anche piantato le loro case di campagna nelle migliori posizioni.»
La prima menzione di Tivoli, dunque, la riguarda come mera comparsa, dal momento che il frammento è ambientato e scritto a Frascati, meta che Goethe raggiunge varie volte e racconta più approfonditamente di Tivoli. Ciò che vediamo sono quindi giusto «i monti di Tivoli» che affiorano nel «panorama» offerto appunto da Frascati; ma il contesto argomentativo entro cui è inserita la citazione permette comunque un’osservazione non secondaria: proprio mentre studia il panorama di Frascati, di Tivoli, della campagna romana, Goethe riconosce infatti en passant la dialettica a tutti gli effetti colonialista che sussiste tra Roma e i suoi dintorni. «Alcuni Romani facoltosi non meno che fastosi hanno anche piantato le loro case di campagna nelle migliori posizioni», leggiamo, e comprendiamo come anche all’occhio di Goethe – a prescindere dal grado di problematizzazione – l’“amenità” della campagna intorno a Roma è da tempo oggetto di un vero processo di conquista territoriale messo in opera dalla classe alta della città.
In prima battuta, quindi, bisogna evidenziare come nel Viaggio in Italia Tivoli (e Frascati, e in generale insomma quella che oggi chiamiamo provincia) venga introdotta a partire da una dialettica in cui Roma occupa il polo opposto, quello dominante e quello senza cui l’identità stessa della provincia sembra non potersi costituire. Lo dimostrano il secondo e il terzo passaggio del libro in cui compare Tivoli, che sono simili al primo e che recitano (p. 142, 186):
«Roma, 22 novembre, Festa di S. Cecilia
Finalmente siamo saliti sul tetto della chiesa dove si trova la riproduzione in miniatura di una città costruita come si deve. Case e magazzini, fontane che sembrano gettar acqua, chiese, ed un gran tempio, tutto all’aria aperta e percorso da belle passeggiate. Siamo saliti anche sulla cupola, a contemplare la regione degli Appennini così gaiamente illuminata, il Monte Soratte, le colline vulcaniche di Tivoli, Frascati, Castel Gandolfo, e poi la pianura, e più lontano il mare. Sotto di noi, la città di Roma in tutta la sua estensione coi suoi palazzi sopra le colline, con le sue cupole ecc.»
«Fondi, 23 febbraio
Per un certo tratto, il mare rimane a destra; ma le rocce calcaree restano a sinistra, sempre a noi vicine. Queste sono una continuazione degli Appennini, che si partono da Tivoli e raggiungono il mare, dal quale sono staccate prima mediante la Campagna di Roma, poi dai vulcani di Frascati, di Albano, di Velletri e infine dalle Paludi Pontine. Probabilmente anche il monte Circello, promontorio dirimpetto a Terracina, dove finiscono le Paludi, è composto di roccia calcarea.»
In queste altre occasioni la vista è studiata rispettivamente dalla cupola di San Pietro, a Roma, e dal tratto della via Appia che collega Fondi a Terracina; ma la dinamica non cambia: Tivoli è di nuovo elemento di una cornice, quella fisica di un panorama ameno (da Frascati, Roma o Fondi è indifferente) e quella concettuale che più tardi Simmel individuerà come strumento del «processo spirituale» tramite cui il paesaggio stesso viene riconosciuto (Saggi sul paesaggio, Armando Editore, 2006, pp. 53 e sgg.). Il paesaggio insomma richiede, per essere riconosciuto come tale, uno sguardo che lo delimita, quindi inevitabilmente un rapporto in cui il soggetto governa l’oggetto, lo decide ed estetizza. Che questo ruolo decisionale spetti al romano in senso stretto (primo brano) o al turista che mitizza Roma (secondo e terzo brano) è in pratica la stessa cosa – ed anzi proprio questa sovrapposizione di sguardo appare rivelatoria.
È con il quarto e più rilevante brano, però, che vediamo Goethe visitare finalmente Tivoli di persona ed esplicitare il suo giudizio. Si legge (pp. 372-373):
«Roma, 16 giugno
Permettete ch’io discorra ancora un poco con voi, miei cari. Io sto benissimo; io ritrovo sempre più me in me stesso ed imparo a distinguere quello che m’è proprio e quello che m’è estraneo. Lavoro assiduamente, prendo il buono dovunque lo trovo e la mia rigenerazione continua. In questi giorni sono stato a Tivoli ed ho ammirato uno degli spettacoli più superbi. Le cascate insieme alle rovine antiche e tutto l’assieme di quel paesaggio sono cose la cui conoscenza ci arricchisce nell’intimo dello spirito.
Ho mancato di scrivervi con l’ultimo corriere. M’ero stancato molto a Tivoli, sia passeggiando che disegnando sotto il solleone. Ho fatto questa gita col signor Hackert, che possiede una valentìa incredibile per ritrarre dalla natura e dar subito forma e figura al disegno. In questi giorni ho imparato molto da lui.
Di più non posso dirvi. Anche Tivoli è una delle meraviglie di questo mondo. Una cascata nei dintorni, ricca di complicazioni, produce i più mirabili effetti.»
L’appunto prosegue con riflessioni sull’arte, su Roma e sul rapporto con i pittori Tischbein e Hackert (due frequentazioni abituali di Goethe durante il soggiorno), ma le poche righe dedicate a Tivoli bastano già all’autore per esprimere una forte ammirazione per il luogo, e a noi per avere la controprova del tipo di sguardo che troviamo nel Viaggio – e quindi nella narrazione turistica che per secoli e fino a oggi ha riguardato la città. Anche nel momento in cui Tivoli è portata dallo sfondo al primo piano, infatti, la sua identità è riconosciuta attraverso lo stesso meccanismo di produzione del paesaggio descritto prima con Simmel: l’oggetto sta davanti inerte mentre Goethe e Hackert ne godono e lo ritraggono; Tivoli è uno «spettacolo» e «una delle meraviglie di questo mondo» in obbedienza alla prassi per cui, quando e poiché incorniciato, il paesaggio viene estetizzato e immortalato per la sua spettacolarità. A ciò aggiungiamo lo scenario specifico su cui si concentra la visita di Goethe: la collaborazione estetica tra «cascate» e «rovine antiche», e cioè tra fenomeno naturale e residuo antropico, tra l’autenticità della natura e quella del classico, stabilisce un connubio considerato eccelso dal gusto romantico oltre che dalla lettura turistica di Tivoli, e d’altronde anche dallo stesso progetto che qualche decennio dopo, per volontà di Gregorio XVI, porterà alla creazione di Villa Gregoriana.
Le implicazioni culturali di queste osservazioni sono molteplici e complesse; ma come si vede è possibile cogliere anche da qui alcuni aspetti che continueranno a sostenere in futuro la base ideologica del turismo. Si tratta di un certo rapporto tra soggetto e oggetto, come abbiamo descritto, ma anche – e chiosiamo con questo grazie all’ultimo passaggio – dell’identificazione tra luogo e spettacolo. Se il turismo nasce come pratica aristocratica e alto-borghese di formazione del gusto estetico, quindi di conoscenza e “dominazione” dei luoghi presi a oggetto, la pretesa che il luogo sia spettacolare, e cioè che risponda con la massima intensità all’esperienza cercata, diventa assoluta. E dacché la rappresentazione che ci arriva da questi luoghi è prodotta dalla stessa classe che appunto la estetizza, assoluta diventa anche la sovrapposizione, per esempio, tra Tivoli e le sue «meraviglie», a discapito di tutti gli elementi non estetizzabili, residuali, secondari, anche triviali che però compongono, al pari e anche di più dei “capolavori”, la storia di una città. Questi vengono deliberatamente censurati o deprezzati, e scompaiono dall’identità di un luogo che emerge, quindi, trasformato in una cartolina falsa ed ridotta ad uso della mercificazione. È a prescindere dal valore estetico tanto di Tivoli quanto del Viaggio in Italia, allora, e considerando per contro la narrazione che ancora oggi producono molti dei soggetti impegnati nel turismo, che bisogna chiedersi quanto di questi presupposti culturali e ideologici già ravvisabili in Goethe ancora resistono. Quindi quanto ancora intrappolano Tivoli, e se è possibile un turismo (tiburtino e non) svincolato da tali presupposti, e in conclusione se è possibile un turismo che non corrisponda ancora al consumo estasiato di un luogo, in fin dei conti borghese e colonialista.