Aria di tempesta totale a Wolfsburg. Secondo un documento riservato intitolato “Visione Obiettivo 2030” e intercettato dalla stampa tedesca, i vertici di Volkswagen starebbero preparando un drastico piano di ridimensionamento globale che prevede il taglio di ben 120.000 posti di lavoro nel mondo. Una ristrutturazione lacrime e sangue dettata da una situazione definita internamente “critica per la sopravvivenza stessa” del gruppo.
Al centro della crisi c’è un crollo verticale delle vendite e dei flussi di cassa, con circa il 20% di veicoli consegnati in meno rispetto ai livelli pre-pandemia e un mercato cinese ormai in netta frenata. Per arginare le perdite, la strategia del management punterebbe non solo a scivoli pensionistici e uscite incentivate, ma anche al clamoroso stop della produzione in quattro storici impianti tedeschi (tra cui Emden e Zwickau) entro il prossimo decennio, a causa dei costi troppo alti rispetto alle fabbriche estere.
La risposta dei lavoratori non si è fatta attendere: migliaia di tute blu sono già scese in piazza in tutta la Germania. Il sindacato IG Metall rigetta fermamente il piano, accusando i vertici di scaricare i propri errori strategici sui dipendenti e chiedendo risposte concrete alla politica. Mentre la holding valuta persino soluzioni inedite come la riconversione di alcuni siti nel settore della difesa e lo scorporo dei marchi, la tensione sociale tocca i massimi storici.