Quattro secoli di liti e carte bollate: la guerra invisibile che ha diviso i paesi della Piana del Cavaliere
Ci sono linee invisibili, tracciate tra i pascoli e i boschi della Piana del Cavaliere, che per secoli hanno scatenato forti controversie tra comunità vicine. Raccontare questa storia nei primi giorni di luglio risponde a una precisa ricorrenza della vita montana: questo periodo coincide storicamente con l’avvio della fienagione e del pascolo estivo, il momento esatto dell’anno in cui pastori e boscaioli salivano in quota e in cui, inevitabilmente, si riaccendevano i vecchi rancori legati agli sconfinamenti. Inoltre, fu proprio a metà luglio che la Corte Suprema di Cassazione mise la parola fine alla disputa più accesa. I documenti d’archivio raccolti dallo storico Enrico Balla — e liberamente consultabili sul sito istituzionale del Comune di Pereto al link specifico https://www.pereto.org/confini/ da cui sono tratte tutte le fonti di questa ricostruzione — rivelano come la definizione dei confini tra Pereto, Carsoli, Oricola e Rocca di Botte sia stata per generazioni un complesso intreccio di ricorsi e sentenze ufficiali. Una lettura oggettiva delle carte dimostra che la determinazione dei territori non è nata da favoritismi, ma da un lunghissimo iter legale guidato da magistrati e funzionari d’ufficio esterni.
Il fulcro storico delle controversie tra Pereto e Carsoli risiede nella zona di Montefontecellese. Una figura cruciale in questa vicenda fu l’uditore dello Stato di Tagliacozzo, il dottor Bernardino De Amicis, il quale già nel 1511 ed emanando una successiva sentenza nel 1517 stabilì i termini geografici precisi basandosi sulla pendenza delle acque. Nonostante tale verdetto, le liti si trascinarono nei secoli. Per mediare tra le due comunità intervennero nel tempo altre autorità istituzionali: prima il governatore Giovanni Agostino Resta, che riconobbe la proprietà del territorio a Pereto introducendo però un diritto promiscuo di pascolo, e in seguito la Corte della Vicaria di Napoli nel 1701. Persino la commissione per la divisione dei demani istituita dalle leggi del 1806 dovette pronunciarsi più volte per definire la proprietà della montagna, fino ad arrivare alle sentenze definitive del Regio Commissario per gli Usi Civici nel 1934 e della Corte Suprema di Cassazione nel luglio del 1936. Per scongiudere ulteriori contestazioni sul terreno, nell’autunno del 1938 vennero materialmente posizionati diciassette cippi di pietra confinari trasportati grazie al lavoro di decine di operai.
La complessa spartizione del patrimonio e la ridefinizione dei confini montani riguardò da vicino anche i rapporti amministrativi con Rocca di Botte e Oricola, territori che a inizio Ottocento erano stati aggregati a Pereto e che ottennero nuovamente l’autonomia con una legge del 1907. Dividere i beni dopo un secolo di convivenza forzata si rivelò un compito minuzioso, tanto che i commissari dovettero procedere persino alla spartizione di mobili e arredi, inclusi i libri della biblioteca e i mobili della casa comunale. I nodi economici e di bilancio vennero risolti dal commissario dottor Samuele Pugliese, mentre la delimitazione sul terreno fu guidata dal commissario prefettizio ingegner Lodovico Torchi. Durante le trattative emersero diverse discrepanze, in particolare con i rappresentanti di Rocca di Botte riguardo la zona di Colli Franchi e la linea di confine presso la chiesa della Madonna dei Bisognosi. In quest’ultimo caso, l’ingegner Torchi, esaminati i documenti d’archivio, stabilì nel novembre del 1908 che la chiesa e il convento rientrassero nel territorio di Pereto, lasciando le parti libere di fare ricorso al Consiglio di Stato. La storia dei confini della Piana del Cavaliere, incluse le linee verso Cappadocia e Tagliacozzo ancora basate sulle antiche ricognizioni, resta così interamente scritta nei verbali e nelle sentenze dei magistrati che nel corso dei secoli hanno esaminato le carte del territorio.