
Vicovaro – Come abbiamo visto già in diversi articoli, l’opera di Amedeo Rotondi si pone fin dall’inizio l’obiettivo di costruire una filosofia che sia rivolta insieme alla contemplazione e all’utilità pratica, con l’idea di offrire delle strade per approcciare al meglio la vita, le domande e le sofferenze quotidiane. Negli anni ’70, poi, questa tendenza, pure erede di un certo modo classico di pensare la filosofia (possiamo ricordare Orazio, Seneca, Cicerone), si è via via unita a un sincretismo spirituale particolarmente accentuato e a una vicinanza agli ambienti esoterici, come quello del Cerchio Firenze 77, dall’autore frequentato e spesso richiamato nei suoi lavori.
Il libro di cui parliamo in questa occasione, Lo scopo e il significato della vita (che esce nell’88 per le Edizioni Mediterranee ancora una volta sotto lo pseudonimo di Amadeus Voldben), dimostra perciò come queste esperienze e saperi appaiano a fine anni ’80 pienamente consolidati. In continuità con i libri che lo precedono (soprattutto Il Protettore invisibile e La voce misteriosa), l’opera ne riprende infatti il materiale e gli scopi, ma se ne distingue anche per la volontà di affrontare questioni più generali e decisive. Come capiamo dai titoli appena menzionati (a cui possiamo aggiungere Le influenze negative, per esempio, o il successivo I prodigi del pensiero positivo), molti libri di Voldben si concentrano su aspetti specifici dell’immaginario che l’autore poco alla volta costruisce, sebbene (ed è forse caratteristica dello stile intrinsecamente aforistico di Voldben) al loro interno si mostrino sempre ben disposti a ricondurre il ragionamento a macro-temi fondamentali (come il senso dell’esistenza o del male). Nel caso del libro dell’88, però, il respiro più ampio viene evocato fin dal sottotitolo (Perché si nasce – Perché si vive – Perché si soffre – Perché si muore), che suggerisce una determinazione a voler affrontare le questioni ultime e che ben si sposa, non a caso, con la particolare consistenza del volume.
Diviso in due parti di sette capitoli ciascuno, possiamo quindi considerare Lo scopo e il significato della vita come una sorta di trattazione (abbastanza) sistematica del problema dell’esistenza, con obiettivo esplicito di spingere il lettore a seguire un percorso spirituale in grado di emanciparlo dalla sofferenza, e di cui è in qualche modo sintomo proprio la domanda sullo scopo della vita. Lo leggiamo direttamente nel consueto Per cominciare…: «Avviene, talvolta, d’incontrare chi, assetato di verità, travagliato interiormente in una ricerca tormentosa, chieda, da anima ad anima, di essere aiutato a comprendere lo scopo e il significato dell’esistenza sulla Terra. È, allora, il momento ideale per chi chiede e per chi può dare: uno scambio d’amore che avviene tra i viandanti della strada, diretti verso la stessa mèta» (p. 11). Ne consegue che il libro vuole proporsi come momento di dialogo con chi si trova in questa condizione e come trasmissione di conoscenze cui però Rotondi dichiara di non voler dare un’impronta assertiva o pedagogica («Nessuna pretesa di risolvere il problema per conto di altri, semmai vi è il desiderio di porlo», p. 12), nella convinzione che la ricerca sia anche soggettiva e costitutivamente in fieri.
La trattazione parte quindi proprio dal problema della domanda sull’esistenza, che risulta essere un tutt’uno con la ricerca spirituale: «Quando l’uomo si chiede se la vita ha uno scopo, è segno che qualcosa comincia a muoversi dentro di lui: è il momento in cui il «quid» eterno che è dentro, fa sentire la sua voce» (p. 16). E si tratta, per Rotondi, di agevolare questo risveglio, il quale, in una dicotomia spesso evidenziata dall’autore nelle sue opere, contrappone l’individuo attivo nella ricerca ai «dormienti», riconosciuti ora soprattutto in quelli che non si pongono il problema dell’esistenza e «vivono la loro vita ordinaria ancora molto vicini al mondo animale», in quelli «aggressivamente atei» e in quelli «che soltanto formalmente fanno parte di religioni» (p. 17). Si intravede qui, come altrove, dunque, una forte connessione tra sfera intellettuale, spirituale e morale, nonché una netta separazione dalle religioni storiche, di cui Rotondi prende e mescola elementi, ma da cui si equidistanzia con l’idea che tutte le religioni parlino di una verità unica e profonda, e che la loro manifestazione simbolica e mitologica rappresenti «l’infanzia della religione», in cui Dio è ancora concepito «come un essere fatto di corpo, quindi, persona, o anche una specie di déspota» (p. 67).
Le «religioni organizzate, dogmatiche, autoritarie e formaliste», perciò, vengono posizionate contro la futura e salvifica «Religione interiore» (p. 74). La stessa verità comune sottesa alle religioni storiche, d’altronde, abbisogna di definizione, dal momento che occorre distinguere tra «verità scientifica o esteriore» (attribuita ai sensi), «razionale» (dell’intelletto) e «spirituale» (che è interiore, indimostrabile e superiore) (pp. 42-43). Il raggiungimento di quest’ultima, appunto, è individuato come scopo definitivo («La mèta della vita è lo Spirito, Dio», p. 52) e richiede un percorso di addestramento che passa in primis dall’introiezione (paragrafo La verità è dentro di noi a p. 53), quindi dall’accettazione del «Piano Divino per l’evoluzione del mondo» (p. 82), che prevede una logica dell’amore e del sacrificio (la forma minore perisce per dare spazio a una più capace di comprendere dello Spirito), e, contestualmente, dal distacco dal mondo materiale. In quest’ultimo punto, anzi, è possibile rintracciare un raccordo importante tra la filosofia morale e quella spirituale di Rotondi: il distaccamento dal mondo materiale, sul piano politico-morale, vale come avversione alla cultura materialistica e come controllo del desiderio; ma è un tutt’uno con il percorso spirituale, entro cui l’uomo impara a riconoscere la propria vera natura.
È nella definizione di questa natura, poi, che subentra l’universo esoterico di cui il pensiero di Rotondi si è progressivamente sostanziato. L’uomo è così descritto come veicolo tramite cui «lo Spirito viene a incarnarsi sulla Terra» e «si riveste dapprima del complesso animico (o anima)» (in cui convivono, come ora vedremo, corpo astrale e corpo mentale), e l’anima a sua volta indossa «il corpo fisico, per operare come strumenti nel piano della materia» (p. 137). Questa conformazione, tramite cui lo Spirito fa esperienza umana, si inscrive infine in una serie di «piani dell’evoluzione» così distinti: «Il piano fisico è quello animale; il piano astrale è quello delle emozioni e dei desideri; quello mentale è quello del pensiero e delle idee», il «piano akasico [è] quello degli ideali, del sentimento, del Bene e dell’Amore» (p. 190). Riprendendo dalla filosofia indiana e dalla teosofia il concetto dell’akasha, Rotondi dà così in questo libro la chiave di volta alla propria interpretazione dell’esistenza umana: se la dimensione intellettuale è necessaria per il superamento della «cecità materialistica» (p. 191) (che Rotondi legge in senso biologico, in relazione all’animale, ma anche culturale, opponendosi in molti suoi libri al consumismo ma anche al materialismo storico), quella spirituale occorre al superamento di quella intellettuale. Una dimensione spirituale, però, che coincide proprio con l’emancipazione dall’individuo e con il riconoscimento che la vita che egli incarna è solo un episodio funzionale alla storia dello Spirito, di cui il corpo akasico – ovvero una sorta di memoria del cosmo in cui sono registrati gli eventi e i significati dell’universo, e che è in qualche modo impressa in ogni individuo – costituisce uno specchio. E per chiudere il cerchio, infine, viene trattato il fenomeno della reincarnazione (a cui l’autore aveva dedicato un libro nel ’72), che consisterebbe nel viaggio attraverso le tappe necessarie all’uomo per liberarsi da una serie di zavorre e lasciare posto al vero «Io spirituale o Spirito o Scintilla» (p. 271), di cui Voldben parla molto anche ne Il Protettore invisibile. La reincarnazione varrebbe allora anche come spiegazione delle ineguaglianze cognitive, morali, sociali, destinali che toccano agli umani (p. 226), nonché dell’esistenza del male e del dolore («L’origine di tutti i mali, della mente, della psiche e del corpo, è dovuto soltanto alla scarsa evoluzione, cioè, è un difetto dell’anima», p. 237).
Come si vede, si tratta di un’impostazione filosofica molto netta che richiede, per essere accolta, una precisa sensibilità, e magari anche un certo retroterra culturale (che Rotondi ha potuto cementificare proprio attraverso la frequentazione del Cerchio Firenze 77); né d’altronde è obiettivo di queste pubblicazioni sull’intellettuale vicovarese diffondere le sue convinzioni (nei confronti delle quali anche io che scrivo, giusto per chiarire, sono spesso scettico). Ci si vuole qui limitare a disegnare il profilo critico-bibliografico di un personaggio unico nella cultura di Roma e dintorni, entro cui Lo scopo e il significato della vita, ora possiamo dire, rappresenta un tassello importante se non centrale: uno dei libri più estesi e astratti dell’autore, con un tasso molto basso di aneddotica (cui pure l’autore attribuisce un ruolo di saggezza popolare nient’affatto secondario, dandogli infatti molto spazio in altri testi), con cui Voldben, nel cuore del suo percorso, si pone il compito di affrontare di petto il senso dell’esistenza.