Tra le culture visive contemporanee, poche risultano riconoscibili a colpo d’occhio quanto quella giapponese, con i suoi colori saturi e i personaggi dagli occhi enormi che sorridono da una lattina o dalla schermata di un videogioco. L’estetica kawaii (il termine giapponese per carino, grazioso) e la luce al neon delle grandi città hanno costruito nel tempo un linguaggio coerente, che oggi il pubblico di ogni continente associa all’istante all’intrattenimento nipponico.
Il codice si è spostato con facilità dalle sale giochi di Tokyo agli schermi di casa, e se ne trovano tracce anche nel gioco online, come in Crazy Pachinko live, un titolo di Evolution che unisce fasi in stile slot a un round bonus dal vivo, nel quale un presentatore lascia cadere un disco lungo la tipica parete del pachinko, lo stesso meccanismo reso popolare dal game show Crazy Time. La parete a chiodi è una citazione diretta del flipper verticale nato in Giappone, e riassume bene un’estetica fatta di luci, colori e movimento.
Le radici del kawaii, dalla scrittura alle mascotte
Gli studiosi collocano la nascita del kawaii moderno negli anni Settanta, quando le studentesse giapponesi iniziano a usare una grafia tondeggiante e decorata con cuori e stelline, tanto diffusa da preoccupare diversi insegnanti. Nello stesso decennio, nel 1974, l’azienda Sanrio disegna Hello Kitty, la gattina senza bocca destinata a diventare uno dei personaggi più redditizi nella storia del merchandising.
Dietro l’apparenza infantile il kawaii esprime un’idea precisa di tenerezza e di vicinanza, e l’estetica si estende presto dalla cartoleria all’abbigliamento, fino alla segnaletica dei cantieri, dove animaletti stilizzati si inchinano per scusarsi del disagio. Anche le prefetture hanno adottato mascotte ufficiali, e il caso più celebre è Kumamon, l’orso nero creato nel 2010 per promuovere la prefettura di Kumamoto.
Neon e sale giochi, la luce come linguaggio
L’altra metà dell’identità visiva giapponese nasce di notte, nelle strade di quartieri come Shinjuku a Tokyo o Dōtonbori a Osaka, dove le insegne luminose si sovrappongono fino a coprire interi edifici. A Dōtonbori il cartellone del corridore della Glico, acceso per la prima volta nel 1935, è diventato un punto di riferimento turistico, e l’atmosfera di quelle vie ha ispirato decenni di cinema di fantascienza, a partire dalla Los Angeles futuristica di Blade Runner (1982).
Le sale pachinko portano la stessa luce all’interno, con file di macchine verticali che lanciano sfere d’acciaio tra chiodi e ostacoli colorati, in un ambiente dominato da musiche e luci lampeggianti.
Il pachinko moderno si afferma a Nagoya nel secondo dopoguerra e diventa in pochi anni un passatempo di massa, mentre i game center (le sale giochi giapponesi) affiancano ai videogiochi le cabine per le foto adesive, le celebri purikura.
Personaggi rotondi, da Pac-Man ai Pokémon
Quando Tōru Iwatani progetta Pac-Man per Namco nel 1980, cerca espressamente un gioco capace di attirare anche il pubblico femminile nelle sale, e sceglie un protagonista tondo e fantasmini colorati al posto delle astronavi che dominavano il mercato dopo Space Invaders. Da lì il videogioco giapponese diventa il veicolo più efficace della sensibilità kawaii, dalle creature di Pokémon (1996) alle isole pastello di Animal Crossing.
Il linguaggio visivo dell’intrattenimento giapponese segue codici ricorrenti, e riconoscerli trasforma la visita a un negozio di videogiochi o la visione di un anime in una piccola lezione di design:
- Colori: palette sature o pastello, con accostamenti arditi come il rosa accanto al verde acido, pensati per catturare lo sguardo anche a distanza.
- Forme: contorni arrotondati e proporzioni infantili, con teste grandi e corpi piccoli, che trasmettono un senso immediato di innocuità.
- Mascotte: ogni prodotto, dal treno regionale al marchio di snack, tende ad avere un personaggio che gli dà un volto.
- Tipografia: caratteri katakana e onomatopee grafiche (come le esplosioni scritte nei manga) usati come elementi decorativi oltre che come testo.
- Luce e suono: effetti luminosi e jingle accompagnano ogni azione riuscita, un’eredità diretta delle sale giochi e delle sale pachinko.
Superflat, quando il pop diventa arte
Nel 2000 l’artista Takashi Murakami teorizza il movimento Superflat, secondo il quale l’arte giapponese contemporanea discende tanto dalle stampe ukiyo-e quanto da anime e manga, accomunati da immagini piatte e prive di prospettiva. Le sue opere, popolate di fiori sorridenti e personaggi dagli occhi enormi, entrano nei grandi musei internazionali e nelle collaborazioni con case di moda come Louis Vuitton, e contribuiscono a presentare il kawaii come linguaggio artistico e non soltanto commerciale.
Nello stesso arco di tempo la cultura pop nipponica conquista l’Occidente attraverso anime e videogiochi, e in Italia generazioni di spettatori crescono con i cartoni animati giapponesi arrivati in televisione dal 1978, anno in cui la Rai manda in onda Atlas UFO Robot, il Goldrake che molti ricordano ancora con affetto.
Perché l’estetica giapponese parla a tutti
Il linguaggio visivo nipponico deve la propria diffusione all’immediatezza, perché colori accesi e forme morbide comunicano allegria e accessibilità senza bisogno di traduzioni, a qualsiasi età e in qualsiasi paese.
Dal quaderno decorato di una studentessa degli anni Settanta ai game show trasmessi in streaming, l’intrattenimento giapponese ha costruito un’identità coerente e riconoscibile, capace di unire tenerezza e spettacolo in un equilibrio che continua a sedurre il pubblico internazionale.